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C’ è vita…. oltre la vita L’esperienza sorprendente della Prof.ssa Sabrina Fardello nella sua battaglia per la vita


Neanche la scienza sembra avere dubbi sul fatto  che ci sia vita oltre alla morte, le esperienze di premorte studiate su un campione di pazienti sopravvissuti,  dimostrano che la vita non finisce quando il nostro corpo muore, ma può andare avanti per sempre, tramite la nostra coscienza. E’ sorprendente soprattutto il fatto che le esperienze di premorte avvengano durante l’incoscienza, quando il cervello è in uno stato disfunzionale e le strutture celebrali che sostengono l’esperienze soggettive delle memoria dovrebbero essere fortemente danneggiate.
Dopo un esperienza di premorte la visione esistente del mondo cambia radicalmente ed è quello che è successo alla Professoressa Sabrina Fardello, l’abbiamo incontrata in una calda serata d’estate e il suo sorprendente racconto, non ha fatto altro che confermare quanto avevano già  affermato precedentemente, tante persone che avevano vissuto la sua medesima esperienza.

-Sabrina Fardello ci puoi raccontare la tua vicenda dall’inizio?

Ero in macchina con un amico  vicino Borgo Santa Maria, andavo piano in quanto  stavamo chiacchierando, all’improvviso mi trovai di fronte  un camion ed io per evitarlo,  feci una manovra brusca, ma dal momento che  c’era un dislivello sull’asfalto,  uscii fuori di strada e siamo finiti in un fosso. Mi ritengo una buona guidatrice, però credo che una forza soprannaturale mi abbia  apposta fatta andare fuori strada, ci siamo entrambi  ritrovati nel fosso e fatti male, ma non eccessivamente. L’airbag che esplose mi   rovinò un po’ il braccio ed  io dal momento che indossavo un vestito bianco,  si è presto  colorato di sangue. Il mio amico si  spaventò, volle chiamare l’ambulanza che mi trasportò in ospedale, e una volta arrivata esclamai “guardate che io sto bene!” ma i medici dell’Ospedale di Latina, alquanto scrupolosi vedendo il sangue,  ritennero per precauzione, di  farmi un’ecografia all’addome. I risultati non me li dissero  subito, mi trattennero alcuni giorni all’Ospedale per controllarmi meglio e alla fine mi dissero che avevano notato un tumore che si ritrovava  su un rene. Feci intervenire alcuni esponenti della mia famiglia perché i medici non parlavano chiaro, o forse ero io che non volevo accettare l’idea di avere un grosso tumore sul rene, poi mi dissero che questo massa doveva essere asportato insieme al rene. Dopo le vacanze,  mi recai all’Ospedale Spallanzani a Roma dove venni  operata, era il 15 settembre del 2015, l’operazione sembrava riuscita benissimo, ho subito una nefrectomia, mi hanno tolto un rene e asportato un tumore per fortuna benigno di 10 cm.-Avevo praticamente una palla sul rene che non mi aveva mai dato fastidio, per cui grazie all’incidente sono riuscita a scoprire.

-Quella prima operazione che sembrava andata bene, invece in seguito rivelò altri problematiche, vero?

Dopo 24 ore dall’operazione, ero riuscita ad alzarmi con tutta la flebo per camminare un po’ nei corridoi,  il  mattino dopo hanno cominciato a darmi, del the, biscotti e marmellata. Avevo fame e questo sembrava un segnale di salute, nel pomeriggio invece ho cominciato a sentirmi strana, avvertivo la pancia gonfia e la notte ho cominciato a sentirmi malissimo, Ho chiamato un’ infermiera in quanto avvertivo il senso della morte con dolori atroci, inoltre  sentivo che mi mancavano le forze, chiesi conforto all’infermiera ma costei mi disse “di non fare la bambina”, dal momento che mi aveva vista camminare nelle ore precedenti con tutta la flebo nei corridoi. A quel punto mi  rassegnai e  riuscii ad ottenere un antidolorifico. Il mattino dopo, due infermieri mi  portarono un contenitore dove avrei dovuto raccogliere l’urina, ma in effetti l’urina non usciva perché io nonostante avessi un solo rene funzionante,  ero già in blocco renale. La mattina dopo visto che ancora mi lamentavo per i dolori, chiesi di essere visitata, arrivarono poi dei dottori e tra questi c’era un bravo chirurgo del reparto Spallanzani. Presto si  accorsero che c’era qualcosa che non andava e dopo avermi fatto nuovamente una serie di esami tra i quali la tac, immersa nei dolori atroci, mi dissero che dovevo essere nuovamente operata. Il dolore che provavo era talmente eccessivo che avrei preferito morire, era come se avessi una bomba nello stomaco che doveva esplodere e  in quei momenti capisci quanto sia inutile l’accanimento terapeutico, quando non c’è più speranza alcuna. In seguito seppi che mi ritrovavo in blocco renale, e avevo poche ore di vita,  ma in quei momenti il mio desiderio era solo di dormire, per non dovere più soffrire. Quando mi hanno operata, hanno scoperto che avevo un buco nel colon, mi risvegliai dopo non so quante ore, tutta intubata,  dopo essere stata sottoposta a coma farmacologico. Mi dissero che avevo rischiato di morire con due interventi così importanti a distanza di 48 ore, la seconda operazione l’hanno fatta per riparare il danno, che il chirurgo precedente per errore mi aveva causato con il bisturi  . Questi aveva tagliato il colon per cui ero entrata in peritonite, mi dissero  che tutto quello che avevo mangiato era uscito da quell’organo e che si era sparso all’interno del peritoneo che è la membrana che avvolge l’apparato intestinale. Per cui in seguito hanno dovuto aprirmi l’addome, tirare fuori l’intestino, lavarlo e infine rimetterlo a posto, poi mi dissero che per alcuni mesi, avrei dovuto portare “l’astomìa”, una sacca dove si espellono le feci, fino a quando non sarebbe guarito l’intestino. Oggi oltre ad avere estese cicatrici che mi attraversano l’addome, ho anche la cicatrice dove avevo l’astomìa  e non ho più la pancia come una volta, in quanto le ante sono state stravolte e ancora oggi ho dei fastidi nella digestione e nella contrazione del ventre.

–Durante quella settimana, quando eri in coma indotto, so che hai avuto delle visioni, ce ne puoi parlare?

Io stavo li a pianterreno, sopra di me avevo quattro piani e non avevo finestre esterne, in quella solitudine in cui mi trovavo, avvertivo la presenza di esseri, vestiti normalmente che mi circondavano, stavano ai piedi del letto e anche a lato destro, mi guardavano e mi assistevano. Era come se fossero dei guardiani, dei controllori che aspettavano che mi riprendessi, ricordo un ragazzo con cui mi sono messo a parlare. Io ero cosciente che mi trovavo in un’altra realtà, ma quella era la realtà che vivevo in quel momento, un mondo non visibile a noi, quando gli chiesi come si chiamava mi rispose Simone, allora io ho pensato che fosse il santo della Chiesa del mio paese, che invece ha per nome Simeone. Questo bel ragazzo con la barba, era in compagnia di una ragazza, con cui aveva una relazione. Tutte queste persone era come se facessero dei turni nel vegliarmi, non erano sempre le stesse persone, un giorno a fianco a me, vidi anche un bambino piccolo bellissimo che si aggrappava alle spalle del letto, mi guardava e mi sorrideva. Posso affermare a seguito dell’esperienza vissuta, che mi sono ritrovata al confine della vita e proprio per questa ragione, ero riuscita a scorgere tutte queste presenze spirituali che mi  osservavano e mi tenevano compagnia.

-Puoi dare una connotazione religiosa a queste figure?

Secondo me la religione non centra nulla, erano presenze reali e quando la  vita finisce, bisogna rendersi conto che esiste un’altra realtà.

-Hai avuto la sensazione dello scorrere del tempo?

In quel periodo ho avuto la sensazione che la nostra vita è una piccola parentesi nell’eternità e ricordo che quando sono tornata cosciente ed è entrata a trovarmi una delle mie sorelle che dovette indossare  guanti,  mascherina e cappello in quanto stavo in una stanza asettica, la prima cosa che ho detto è  stata: vogliatevi bene, la vita è breve.  Quando incontrai la mia famiglia ho percepito per loro, un trasporto d’amore che non ho mai sentito, avrei voluto abbracciare uno ad uno le mie figlie, le mie sorelle, i miei fratelli ed è stata una sensazione bellissima, dopo tanto dolore, provare poi tanto amore.

-Vuoi raccontare altri particolari di quando eri in coma?

 Io sono stata operata il 17 luglio del 2015 e in quella settimana  Roma era  invasa  dal mal tempo con una serie di temporali, ed io pur essendo nel sotterraneo, con quattro piani sopra, durante il coma, ho avvertito la pioggia.  Sentivo l’acqua addosso  e percepivo  tuoni e lampi, ero preoccupata e pensavo:” ma com’è possibile che i medici non si accorgono che mi sto bagnando”? Avevo anche il timore di bagnare le lenzuola, a seguito della pioggia, poi dopo quando mi sono risvegliata e sono uscita dalla sala di rianimazione, ho realizzato di essere uscita fuori dal corpo, perché era impossibile nella mia condizione, stando sotto al palazzo, senza finestre, in un ambiente insonorizzato,  avvertire la pioggia.

-Al risveglio ti è dispiaciuto tornare alla dura realtà della vita?

Dopo che mi hanno rioperata non volevo morire, perché pensavo alle mie figlie, sapevo che avevano bisogno di me quindi pregavo per non morire. Quando mi sono risvegliata, avevo un caldo atroce, nella pancia probabilmente la temperatura arrivava a 40 gradi o forse più.

-Hai avuto altre visioni durante il coma indotto, ce ne puoi parlare?

Quando stavo in sala rianimazione, per tutto il tempo vicino al muro, vedevo pellicole che scorrevano con delle immagini surreali, di me, della mia famiglia, ed erano sempre le stesse. Era come un film che si ripeteva, a volte mi recavano fastidio, dal momento che non volevo vedere sempre queste immagini. In  seguito, quando ho cominciato a stare meglio, mi sono sentita attratta dalle cineprese, dalle pellicole, dal cinema e dalla televisione. Ragionando, ho capito poi, che quelle erano proiezioni della mente dovute ai farmaci.

– il decorso per la tua riabilitazione e-stato lungo?

Sono rimasta in ospedale per altri due mesi per la riabilitazione,  ho avuto anche una brutta pleurite dovuta all’intubazione e quindi dallo Spallanzani attraverso i corridoi mi hanno trasferita all’ospedale San Camillo, reparto di pneumatologia, dove sono stata sottoposta a una cura di antibiotici. Avevo avuto un versamento pleurico, ma io mi sono opposta alla puntura per estrarre il liquido pleurico, in  quel  reparto  ho perso 15 Kg ero diventata magrissima e c’è voluto un mese per la riabilitazione definitiva. Poi sono stata un mese a casa di mia sorella, in totale ho impiegato circa tre mesi per rimettermi in piedi. E’ stato grande il disagio di portare l’astomia per alcuni mesi, poi a gennaio sono rientrata in Ospedale, per una nuova operazione per togliermi definitivamente questa fastidiosa sacca. Feci la terza operazione e per fortuna andò tutto bene, al termine mi portarono nuovamente nella stanza. All’improvviso  anche in quell’ambiente, percepii un’altra presenza, me la ricordo benissimo e non la dimenticherò mai:  una signora sulla sessantina vestita di nero con i capelli neri e raccolti, aveva il suo viso accanto al mio viso e controllava  che tutto fosse andato bene. Poi sono sobbalzata, ho aperto gli occhi ed è sparita.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza di questa lotta contro la vita?

Questa dura esperienza mi ha lasciato in eredità tanta forza, oggi niente mi fa più paura, non mi accontento più della solita routine quotidiana, sono diventata più “golosa” di vivere Oggi sono affamata di esperienze,  mi piace ballare, viaggiare e cantare. Sono diventata una soprano lirico e questa è una vocazione che ho scoperto per puro caso. Una mia amica mi chiese se intendevo unirmi a loro per cantare nel coro e ho scoperto questa mia attitudine, avevo bisogno di uscire, mi sentivo sola perché quando una persona sta male, non tutti gli amici sono capaci ad accoglierti, probabilmente la malattia fa paura. Io ricordo che da giovane ero talmente timida che arrossivo quando parlavo in pubblico, oggi invece canto davanti a tanta gente e ne sono soddisfatta, rido spesso anche quando faccio le cose serie e poi ci gioco sopra. La vita, proprio perché è un dono, deve essere vissuta intensamente, voglio sempre provare nuove esperienze, dico sempre: ma dopo tutto quello che ho passato che ci può esserci di peggio?

Grazie, Sabrina Fardello

Rino R. Sortino


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