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ANTONIO CAROVILLANO MISSIONARIO LAICO


Fin da quando era piccolo Antonio Carovillano ha sempre avuto una particolare sensibilità per il prossimo. La madre Francesca racconta che quando passava in bottega per saldare il conto dei panini del figlio, trovava sempre un conticino superiore al previsto.
Proprio perché il figlio comprava i panini ai bambini che non se lo potevano permettere.
Oggi è missionario laico da oltre 25 anni.

Antonio come hai incontrato l’Africa?

Ho iniziato tra il 1995 ed il 96 con un frate Francescano.
Facevo volontariato nell’Ospedale Infantile di Alessandria, in quell’occasione ho conosciuto un frate di nome Padre Emilio cha faceva le missioni in Africa.
Una persona molto intelligente laureato in medicina e chirurgia e iridologo. Ero già in pensione, mi sono proposto come volontario. All’inizio il frate era molto perplesso, infatti mi ha subito informato della terribile guerra che c’era in Congo tra gli Hutu e i Tutsi.
Ma io ho risposto che non me ne fregava niente, tanto se dovevo morire in Italia o da un’altra parte, non è importante. Così sono partito con la mia prima missione in Congo, nella zona del Kivu, sul lago del Taganika, vicino Bukavo.
La nostra missione era a 150km all’interno della foresta,
lì abbiamo allestito una sala operatoria.

Quanti stati hai visitato in questi anni?

Sono stato in Congo, Burundi, Ruanda, Madagascar, Mali, Sud Sudan, Honduras e Guatemala.
Sempre per far pervenire attrezzature sanitarie.

Quanti ospedali avete realizzato?

In Congo, Burundi, Honduras, Madagascar, Sud Sudan. Sia in Burundi e in Sud Sudan abbiamo fatto due lebbrosari. I prossimi progetti saranno in Camerun dove c’è un ospedale e a breve faremo una sala operatoria. Nel Mali abbiamo in progetto un ospedale e nella capitale del Burundi a Bujumbura faremo un’altra sala operatoria.

Ci vogliono tanti soldi per fare un ospedale? Chi vi finanzia?

La maggior parte dei progetti sono fatti dalla CEI. La CEI non da soldi per costruire, ma da solo soldi per i macchinari. Bisogna avere prima una struttura.
Per fare una sala operatoria ci vogliono circa 150 mila euro. Molte volte prendiamo macchinari di seconda mano, sono quelli dismessi dagli ospedali e grazie ad un mio amico Angelo Guidotti che ha un’azienda, ci aiuta a riparare i macchinari senza essere pagato.
Andare in missione vuol dire sottrarre tempo alla famiglia, tua moglie come ha reagito davanti a questa scelta?
Quando sono arrivato dalla prima missione e stavo per partire per la seconda, ho spiegato a mia moglie che questa cosa fa parte di me, ed è più grande di me. Se avesse cercato di mettermi in difficoltà avrebbe messo in crisi il nostro matrimonio.
Io sono fortunato, ho sposato una moglie molto intelligente.

Hai mai avuto paura?

Tutti quelli che vanno in questi posti hanno paura.
Quando ero nel deserto del Sahel in Mali, c’era l’ISIS che faceva delle stragi terribili, in un villaggio vicino al mio era stato raso al suolo. In quei momenti ti viene un po’ di ansia.
Non sono fuggito. La paura fa parte di noi stessi, tutti hanno paura.
Io cerco di vincere la paura.

Ci sono stati in questi anni dei miglioramenti in Africa?

In questi anni ci sono stati pochi miglioramenti.
L’Africa è il paese più ricco del mondo, ci sono giacimenti di petrolio, miniere di diamanti ecc. Ma no ne usufruisce il popolo africano, perché ci sono le multinazionali Americane, Inglesi, Canadesi e adesso anche i Cinesi che sfruttano il territorio. Ad esempio in Congo si estrae il Colton che è un minerale che serve per le batterie dei cellulari. Quando si estrae questo minerale i bambini percorrono delle piccole gallerie e lavorano anche per più di 13 ore al giorno.
La loro paga giornaliera è di un dollaro che serve per comprare una godolet di riso.
Purtroppo le forme di sfruttamento sono tantissime e di ogni tipo.
C’è tanta corruzione anche da parte dei capi di stato che permettono ogni tipo di soprusi.
Per cui io dico a questi ladri ridategli tutto quello che avete rubato e quello che state rubando al popolo africano.

Esiste il mal d’Africa?

Si!

Ci puoi spiegare meglio?

Il mal d’Africa non viene se vivi l’Africa come un turista negli hotel o nei villaggi con tutte le comodità.
L’Africa entra dentro di te, quando tu condividi con la gente la sofferenza, i pericoli, la povertà. Quando ti cibi dei loro prodotti magari mangiando tutti insieme dentro la stessa scodella,
è sei felice.

Se dovessi descrivere il popolo africano, cosa diresti?

Io ho scritto una poesia sul popolo africano dal titolo,
“Tributo all’Africa”
Non so perché ma sento che sei
Entrato dentro di me pole pole.
Per poi esplodere come un vulcano.
Ti amo Africa
con la tua miseria, con le tue mille
contraddizione, le tue paure.
Amo la tua gente che parla, canta,
balla, anche nella fame più nera,
che non ti lascia respirare con il
suo chiedere il suo mendicare,
il suo andirivieni perpetuo.
Amo i tuoi milioni di colori che si
Rincorrono in un turbinio di donne
Uomini bambini.
Anche quando il cielo è cupo
risplendi di una luce
ineguagliabile.
Amo i tuoi silenzi perché nel tuo
Silenzio c’è la sofferenza,
il dolore, la tua miseria non voluta
ma obbligata da noi bianchi.
E’ per questo ti chiedo scusa Africa,
scusa per tutti i torti, per tutti
i soprusi, angherie, saccheggi,
mi prostro davanti alla tua gente
mi batto il petto mea culpa
mea massimaculpa.
Ti prego perdonami
Ringrazio te che mi accetti e mi onori
Di calpestare il tuo suolo,
e mi dai la possibilità di aiutarti ed è
per questo che ti amo Africa.

Qual è il tuo più grande desiderio?

Il mio più grande desiderio è di vedere l’Africa in una condizione socioeconomica migliore.
Noi facciamo qualcosa ma siamo una goccia nel mare.
Però è pur vero che il mare è fatto di gocce.

Sabrina Orrico


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