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Noris Cocci fotografare il non visibile


 

La fotografia d’autore, si caratterizza per la ricerca dell’immagine attraverso una serie di attenzioni che il fotografo mette in pratica al fine di cogliere un ritratto originale, un ritratto che possa suscitare in chi lo guarda una emozione e quindi imprimere alla foto unicità nello scatto. La ricerca costante di Noris Cocci fa si che percorra nuove strade sempre diverse con nuovi metodi talvolta anche contaminati

Quando hai incontrato la fotografia?

Quando avevo circa sette anni ero al lago Trasimeno con mia zia, in quell’occasione feci una foto dove non si vedeva il cielo e il lago ma solo l’orizzonte. Quella foto mi piaceva tantissimo. In seguito all’età di otto anni quando restavo solo a casa, prendevo il proiettore e lasciavo scorrere le foto di famiglia erano immagini mute ed allora accendevo la radio, creando una sorta di cinema o di camera oscura. Ancora non ero consapevole di quello che cercavo nell’immagine. Finalmente un professore a scuola ci fece fare l’esperienza della camera oscura. Si dice che nascere non basta mai a nessuno. Credo che la mia rinascita sia avvenuta con la fotografia.

Più tardi nel periodo del militare mio padre mi regalò una macchina fotografica era una vecchia Zenith.

Feci foto alle parate e sul mondo militare erano foto tradizionali ancora non avevo l’idea chiara di quello che stavo facendo.

Hai avuto dei maestri?

Si dice che nella vita incontri tre maestri, io sto cercando il terzo.

Il primo è stato il fotografo di paese che ricordo con affetto Nazzareno Cappella. Quando ancora non esisteva internet e non era cosi diffusa la tecnologia la fotografia era uno strumento che solo in pochi avevano la fortuna di esercitare per un appassionato era importante il confronto con chi invece lo esercitava già da tempo.

Nazzareno mi ha dato consigli pratici che si sono rivelati molto utili. Per esempio fare una memoria chiara delle foto nell’archivio, oppure andare in giro portando in mano la macchina fotografica con l’otturatore aperto per essere sempre pronti per uno scatto al volo. In seguito ho conosciuto Ferdinando Scianna che considero il mio secondo maestro. Con lui ho approfondito le riflessioni sull’immagine fotografica e qualunque argomento era quello giusto per parlare di metodi applicati o di ricerca fotografica. Tutti questi discorsi facevano nascere in me un nuovo modo di pensare la fotografia.

Scianna mi diceva: “Se parti dalla fotografia arrivi alla fotografia è una maniera di vivere ma non è la vita”.

Questi come altri insegnamenti hanno maturato in me l’importanza di una vera ricerca artistica con la fotografia.                                                                                                                                                                                                                                                                              

Rispetto agli anni passati vedi un cambiamento nella fotografia? 

Quando si pubblicava una foto diversi anni fa, il fotografo o fotoreporter non aveva bisogno di descrivere lo scatto. C’era solo la singola foto è basta. Oggi invece si va verso una contaminazione di linguaggi aggiungendo nuovi elementi. Non basta solo il concetto di foto ma bisogna raccontare l’immagine.

 

Le tue foto sono molto originali e riconoscibili tra mille altre foto,

dove nasce la tua intuizione?

Sono nato il 21 giugno nel sol sizio d’estate, in un momento molto energetico del periodo dell’anno. Forse il giorno della mia nascita ha un po influenzato il mio impeto. Io non cerco mai un percorso, paradossalmente per quanto sorprendente possa sembrare mi piace indagare la follia. Percorro sempre delle strade che non conosco nelle quali mi perdo. Ma proprio in quei percorsi dove le diverse foto o la ricerca dei dettagli che ad un certo punto non so come spiegarlo ma m’identifico in alcuni scatti fatti, li scelgo e poi il tempo mi darà ragione. Credo che sia molto difficile spiegare il percorso creativo o l’intuizione di un artista anche perché è un processo molto intimo e non spiegabile razionalmente.

 

Qual è la missione di un fotografo?

Quando si comprende che noi siamo dei tramiti o trasportatori di emozioni, il fotografo cerca di affinare sempre di più il linguaggio e di offrire al suo interlocutore un messaggio diretto ed unico. Irripetibile. Per essere autentico e leale.

Hai provato mai momenti di smarrimento?

Avverto lo smarrimento dagli insuccessi che normalmente però mi portano sempre su un atteggiamento positivo per andare avanti e continuare il mio percorso. Spesso mi affido ai segnali dell’universo dove puntualmente nascono occasioni per continuare e non buttare tutto via. Per osservare ciò occorre uno sguardo attento nello scrutare i fenomeni del divenire della vita.

La ricerca dove ti sta portando?

Io porto sempre la macchina fotografica accesa, infatti amo fotografare tutto quello che mi emoziona. Faccio sempre molte foto. Una volta che ho realizzato diverse foto le analizzo e cerco di assecondare l’ossessione che man mano individuo. Dopo di che scelgo le foto che ripeto non vengono realizzate da uno studio meditato ma da un’azione istintiva. Le foto scelte in seguito le contamino e le rendo più belle.

Ogni volta che le guardo dopo tutto il tempo dedicato e sottratto alla famiglia, penso sempre che ne è valsa la pena. La ricerca mi sta portando alla continua sperimentazione.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                 Sabrina Orrico


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